lunedì 31 dicembre 2012

Fringe FF - Again My Son - Again My Family

Buon lunedì!
Ma soprattutto tanti tanti auguri di un felice 2013!
Questa fanfiction nasce da un mio momento di malinconia personale in cui continuavo a pensare al finale della 5x10 di Fringe, ergo al solito SPOILER ALERT..
E' una storia con un capitolo solo e non credo che continuerà.

Wallpaper trovato in rete che si adatta alla mia storia



Again My Son - Again My Family

2036, Boston, ex Università di Harvard.

Un uomo anziano era sdraiato su letto matrimoniale della sua piccola stanza, attigua al suo laboratorio, ma non riusciva a dormire, non adesso e non era per il letto che gli era sempre sembrato immenso.
Si mise a sedere osservando la lieve luce che filtrava delle finestre udendo in lontananza il suono degli uccelli mattutini che annunciavano la nascita di un nuovo giorno.
Per tanto, troppo tempo non li aveva sentiti.
O meglio non li aveva voluti sentire.
Credeva di non meritare quel canto e la luce di nuovo giorno.
Credeva di meritare di finire i suoi giorni rinchiuso al Saint Claire.
Poi era arrivata quell'agente testarda che aveva bisogno di lui per un caso, ma non gliene era importato nulla.
Non aveva scopo.
Scosse il capo mentre nella sua testa si sovrapponevano altri ricordi.
L'agente bionda in compagnia di suo figlio Peter a cui era andato di corsa a controllare l'occhio.
Quale dei due era il vero ricordo?
La risposta la sapeva già perché il primo si stava facendo sempre più nebuloso, come un vecchio sogno, un vecchio incubo da cui non riusciva a svegliarsi.
Un altro flash gli attraversò la mente.
Violento.
Terribile.

Ho bisogno che mi aiuti a capire perché tu non ti ricordi di me. Perché gli altri non si ricordano di me. Olivia mi guarda come se fossi un estraneo”
Il ragazzo che gli stringeva le mani e lui spaventato le tirava indietro, spaventato da qualcosa che gli sembrava di aver perso, qualcosa che era sicuro di non meritare.
Calore umano.
Perché Peter si fidava di lui?
Non lo aveva mai meritato.
Si era alzato di scatto uscendo di corsa dalla stanza
Non sono mai stato suo padre”
Sapeva che non stava fuggendo da Peter, ma da se stesso.
Dal suo vero io.
Temeva che standogli vicino gli avrebbe fatto ancora del male.


Walter si alzò in piedi bevendo due sorsi d'acqua mentre una parte di se gli diceva di sballarsi, sarebbe stato più semplice, ma non voleva che lo fosse.
Andò in laboratorio ancora immerso in una semi-oscurità, forse non aveva davvero sentito i passerotti cinguettare, forse erano solo nella sua testa.
Il suo sguardo si perse a guardare ogni oggetto di quel posto per lui così famigliare ed ora così estraneo, vi era ancora troppa ambra e la sua Gene era ancora lì.
Avrebbe voluto liberarla però temeva che avrebbe corso dei rischi inutili forse più avanti quando avrebbero finalmente liberato il mondo dagli Osservatori.
Ci credeva in quel piano?
Adesso che sapeva la verità sì, ma la cosa gli faceva paura e nel contempo provava una grande rabbia.
Verso quei mostri.
Verso September.
E verso se stesso.
Sentì un altro violento capogiro alla testa mentre altre immagini passavano davanti a lui

Una stanza di un appartamento che ricordava a malapena
Peter che gli sorrideva e si rivolgeva a lui
Il progetto a cui stavo lavorando è per te Walter”
Per me?”
So quanto tieni ai tuoi vinili e con questo potrai recuperare quelli rovinati dall'acqua”
Aveva sorriso come un bambino di fronte ad una grande festa tutta per lui
Quando aveva cinque anni mi fece un portatovaglioli di ghiaccio, orribile da vedersi e perfettamente inutile, ma questo... ma questo...”
Peter aveva sorriso imbarazzato con quel sorriso timido che lui aveva sempre adorato.
E non solo perché era così simile a quello della sua Elizabeth.
La sua cara Astrid si voltò verso Peter dicendogli tra il serio ed il faceto
Sembra di sentire parlare tuo padre”
E di nuovo il suo ragazzo aveva sorriso un po' imbarazzato ma anche un po' orgoglioso.
Era orgoglioso di somigliargli?

A quel ricordo Walter non seppe più trattenersi ed iniziò a piangere in silenzio chinando la testa sui tavolini di acciaio mentre nella sua testa apparve un altro momento

Calmati, ce la faremo come sempre, ok?”
Ok”
Voglio che ti riposi papà”
Quella voce bassa, pacata, dolce e quella parola
Papà.
Papà”
Cosa?”
Mi hai appena chiamato papà”
Peter aveva sorriso sussurrando timidamente
Sì, credo di averlo fatto”
Era felice.
Non l'aveva mai visto così.
E poche ore dopo sarebbe crollato tutto.
Gli aveva mentito per anni.

Il dottor Bishop fece cadere per terra una fialetta che si frantumò in mille pezzi non curandosi minimamente di non fare rumore, non gliene importava nulla, voleva riappropriarsi di quei ricordi anche se alcuni erano dolorosi.
Lo facevano sentire vivo perché gli stavano restituendo i tre anni più belli della sua vita, forse nemmeno con Elizabeth era stato tanto felice.

Non riuscirò mai a capirti, ma hai viaggiato due volte tra gli universi per salvarmi la vita: dovrà pur significare qualcosa?”
Certo che significava qualcosa.
Che era suo figlio e lo amava malgrado lo avesse ferito tante troppe volte.

Una mano gentile sfiorò i capelli dello scienziato che chiuse gli occhi riconoscendola all'istante
“Cosa c'è Walter?” domandò il giovane Bishop.
L'uomo non riuscì a muoversi, non riusciva neanche a parlare, non era da lui, ma non sapeva cosa dirgli, temeva di ferirlo di nuovo e non voleva farlo
“Walter mi stai spaventando...” aggiunse Peter voltandosi verso la moglie e verso Astrid. Gli sembrava strano che il padre non parlasse, non era il tipo da tenersi tutto dentro

Un altro ricordo.
Una stanza immensa.
Liberty Island.
Le due macchine che diventavano una.
E le due stanze che diventavano una facendo apparire ai suoi occhi increduli la gente dell'altro universo poi Peter uscì dalla Macchina e si avvicinò a loro
Ho visto l'Apocalisse. Ed e' peggio di qualunque cosa possiate immaginare. Questa guerra non puo' essere vinta. I nostri due mondi sono inestricabili. Se uno dei due muore... moriamo tutti.
Perciò ho creato aperture in entrambi gli universi e tutte conducono qui, in questa stanza. Un ponte, così potremo iniziare a lavorare insieme per sistemare...”


Aveva creato lui il ponte! Li aveva salvati ed in cambio era stato trattato come un essere demoniaco, rinchiuso in una stanza e guardato a vista.
Glielo aveva detto che aveva creato il ponte, all'inizio non ci aveva creduto poi aveva cambiato idea ma non poteva ricordarsi, credeva fosse accaduto da un'altra parte, non davanti ai suoi occhi.
Allora perché se n'era dimenticato?
C'era qualcosa che non riusciva a cogliere, qualcosa che era bloccato da qualche parte nella sua mente
“Walter, per favore, parlami” sussurrò ancora suo figlio.
“Scusami” disse con un filo di voce il dottor Bishop.
“Per cosa? Ah per la parola soggetto. So che non volevi ferire nessuno, tanto meno Michael o me”
Il piccolo era entrato nella stanza proprio in quel momento osservando tutto silenziosamente come al solito, i suoi occhi tradivano una strana malinconia, con molta calma si avvicinò ad Astrid ed Olivia, le prese per mano e le condusse in corridoio.
Le due donne lo fissarono senza capire
“Sta arrivando qualcuno?”
Il bambino scosse il capo per poi sfiorare delicatamente la guancia dell'agente Farnsworth che rabbrividì spalancando gli occhi, anche lei si sentì invadere la mente dai ricordi e si attaccò ad Olivia spaventata.
Nel laboratorio, intanto, Peter provava a far parlare suo padre che continuava a scuotere la testa, non gli piaceva vederlo così fragile, sembrava un bambino spaurito, forse erano tornati a perseguitarlo i suoi demoni?
“Ascolta... qualunque cosa tu abbia visto... non puoi farti operare di nuovo: è pericoloso” balbettò il ragazzo accarezzandogli la guancia.
“Figliolo, non è per quello... ascolta... mi ricordo... mi ricordo di quando costruisti quell'apparecchio per salvare i miei dischi di vinile”
Il giovane Bishop a quelle parole retrocedette di qualche passo
“Se... se è uno scherzo non è divertente”
Walter si alzò di scatto dalla sedia mettendogli le mani sul viso
“Scusami... scusami tu ci salvasti tutti ed io... noi... ti trattammo come un appestato”
Peter deglutì incapace di muoversi
“Non puoi... non puoi ricordare questo”
L'uomo annuì debolmente con le lacrime agli occhi ma Peter si divincolò andandosi a rifugiarsi nell'ufficio del padre benché il suo primo istinto fosse stato quello di scappare, solo che non poteva farlo.
Non in quella situazione così precaria.
Il dottor Bishop lo raggiunse trovandolo rannicchiato in un angolo della stanza
“Figliolo io...”
Subito il giovane lo interruppe ringhiandogli dietro
“Da... da quando ricordi Walter? Voglio sapere quanto sono stato idiota a cercare di tornare indietro da voi quando già ero nel posto giusto”
L'uomo si sedette di fronte a lui
“La verità è che una parte di me ricordava già qualcosa da diverso tempo... solo... solo che credevo fossero sogni di qualcosa che non era mai avvenuto... ma è stato Michael a farmi ricordare tutto”
Walter gli accarezzò i capelli, Peter non riuscì a reagire, era pieno di rabbia
“Avevo giurato a me stesso di non farti più sentire solo e disprezzato e non ci sono riuscito. ..” balbettò prendendolo tra le braccia ancora una volta suo figlio non reagì, si sentiva annientato. Troppe cose tutte insieme. La morte di Etta. Il chip che sapeva che lo aveva irrimediabilmente cambiato all'interno. Quel bambino che contemporaneamente lo inquietava e gli ispirava tenerezza.
E che ora aveva permesso a Walter di ricordare.
Peter si lasciò prendere tra le braccia.
Era esausto e sapeva che la vera battaglia stava per cominciare.
Sapeva che avrebbe avuto la sua Olivia accanto a se e questo gli infondeva coraggio.
Ma aveva il terribile presentimento che non avrebbe avuto accanto a se suo padre; quest'ultimo intanto aveva ripreso a parlare anche se sarebbe stato più giusto definirlo farfugliare
“Hai passato un'infanzia orribile a causa mia e... a causa del mio stupido orgoglio hai dovuto rivivere quei momenti... non credo... non credo che basterebbero mille anni per... per scusarmi. Vorrei... vorrei solo farti... farti capire che... ti voglio bene. Voglio trovare il modo.
Perché... perché tu... tu sei importante e... non solo per il piano di September”
Il ragazzo rabbrividì a quelle parole, aveva una gran paura di perderlo, non poteva e non voleva, si strinse al padre per cercare conforto e rassicurazione.
Non si sentiva all'altezza di quello che stava per succedere.
Walter gli baciò i capelli come se percepisse quei pensieri di cui era in parte responsabile, lo sapeva.
“Peter... tu... tu sei speciale... in un modo in cui nessun altro lo è. Non... non c'è niente che non farei per te”
L'uomo scoppiò in un pianto liberatorio, come se si fosse levato un peso, come se non si sentisse più il bambino di cui nessuno si curava, tranne che sua madre.
Si era sentito così solo in quei mesi trattato come un mostro anche da loro, dalla sua famiglia ed ancora non riusciva a capire cosa diamine fosse accaduto.
Lo scienziato prese ad accarezzargli i capelli lasciandolo sfogare mentre il suo sguardo vagava nella stanza finendo per incrociare quello di Olivia che gli sorrise debolmente e se ne andò, felice che i due stessero riuscendo finalmente a chiarirsi fino in fondo.
Raggiunse Astrid che era ancora disorientata per il flusso di ricordi apparsi nella sua mente, non appena vide l'amica sorrise cercando di rasserenarsi
“Tu hai capito cosa è successo?” domandò infine l'assistente di Walter.
Olivia scosse il capo
“No, ma ho il sospetto che centri il piano di September, non so spiegarti il motivo”
Poi senza dire nulla si mise a preparare qualcosa di caldo per tutti, forse perché aveva visto tremare sia Astrid che Peter che Walter.
Il dottor Bishop, nel frattempo, continuava ad accarezzare i capelli del figlio che era ancora ammutolito per quanto stava accadendo, lasciava che le lacrime parlassero per se.
“Pete... io.. September mi ha... mi ha mostrato di come sia tu la chiave del piano... e.. ed io ho un motivo in più... in per proteggerti”
Il ragazzo scosse la testa
“Non voglio perderti” balbettò spaventato.
“Qualunque cosa accadrà non mi perderai” rispose in tono fermo suo padre.
Peter preferì non chiedere cosa intendesse perché lo intuiva, si abbandonò al suo abbraccio cercando di dimenticare cosa li attendeva.
Walter lo strinse ancora di più cercando di scacciare anche lui ogni pensiero per il domani perché sentiva in qualche modo che non avrebbe potuto esserci nel momento decisivo così prese a cullarlo come per infondergli coraggio.
Per fargli capire che davvero sarebbe stato al suo fianco anche se non ci credeva neanche lui e sapeva anche perché.
Doveva proteggerlo.
A qualunque costo.









1 commento:

Roberto Caiazzo ha detto...

E' decisamente un preludio a forti tinte emotive del finale che ci apprestiamo a vivere; chissà come ci "lascerà" Finge...

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