domenica 27 gennaio 2013

"Ogni cosa è illuminata" di Liev Schreiber

Buona domenica a tutti!
Per la giornata della memoria vi recensisco questo film che ho visto al cineforum delle Zucche in Piazza di Burago.
E' un film diverso sulla Shoah, un film che fa riflettere, ridere e piangere.


Ogni cosa è illuminata

Titolo originale: Everything is illuminated
Nazione: U.S.A.
Anno: 2005
Genere: Commedia
Durata: 102'
Regia: Liev Schreiber
Cast: Elijah Wood, Eugene Hutz, Boris Leskin
Produzione: Peter Saraf, Marc Turtletaub
Distribuzione: Warner Bros
Data di uscita: Venezia 2005
11 Novembre 2005 (cinema)


Mia Recensione:

Jonathan Safran Foer (Eliah Wood molto compassato, imbranato e fragile) è un "collezionista" ovvero raccoglie svariati tipi di oggetti di persone a lui care perché, parole sue, ha paura di dimenticare.
Un giorno sua nonna gli regala una foto del marito, Safran Foer, che da giovane era identico a Jonathan: nell'immagine Safran è in compagnia di una misteriosa donna, Augustine, senza la quale non sarebbe mai riuscito a fuggire dall'Ucraina ed arrivare in Usa.
Inizia da qui il viaggio del giovane Jonathan alla ricerca delle proprie origini e del proprio passato che porterà a sconvolgere la sua vita e quelle delle due guide ucraine, Alexander Pechov ( Eugene Hütz), voce narrante sopra le righe e molto politicamente scorretto,  e del di lui nonno (Boris Leskin ).
Alexander, detto Alex, che porta lo stesso nome del padre e del nonno, lavora per la strampalata agenzia che guida i ricchi turisti ebrei, parole loro, alla ricerca dei propri morti.
Il ragazzo è una specie di tamarro di periferia, amante del jazz, della musica afro-americana ed in particolare di Michael Jackson e di Sammy Davis Junior, tanto che ha chiamato la cagnolina "cane guida" Sammy Davis Jr Jr e parla pure un pessimo inglese.
Suo nonno da quando è morta la moglie sostiene di essere cieco e si comporta in un modo strano, l'uomo odia gli ebrei in maniera viscerale.
Durante il lungo viaggio nella campagna ucraina, Johathan si apre sempre di più, arrivando a legare con la cagnolina, di cui aveva terrore e le sue strane manie di collezionare tutto, anche le patate, finiranno per colpire in maniera positiva Alex e suo nonno.
L'ultima tappa li porta finalmente alla meta, dopo tanto girovagare, dalla sorella di Augustine, che mostrerà loro ciò che resta Trachimbrod, villaggio sterminato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale: Augustine, all'epoca moglie di Safran, da cui aspettava un figlio, è stata uccisa dai soldati perché il padre si rifiutò di sputare sui libri sacri a differenza degli altri abitanti, che comunque furono lo stesso trucidati.
Il viaggio smuove la coscienza sopita del nonno di Alex, che si rivelerà essere uno dei sopravvissuti di quella strage e di aver rinnegato le proprie origini per sopravvivere: quando fuggì aveva incrociato proprio la sorella di Augustine, anch'ella collezionista che lascia al giovane Jonathan una scatola di cose della congiunta.
I due anziani hanno avuto modo di parlare a lungo, riscoprendo il passato e la parte più vera di se, ma pure i due giovani si sono trovati nella stessa situazione, solo che loro riescono ad andare oltre, il vecchio nonno di Alex, forse oppresso dai rimorsi per aver rinnegato se stesso o forse semplicemente per tornare a casa, si uccide.
Il nipote lo trova, infatti, in una vasca: il vecchio, tuttavia, non pareva turbato, lo era lungo il viaggio, lì per la prima volta, a detta del ragazzo, sembrava si sentisse al suo posto.
Il viaggio di Jonathan, anzi Jonsen come lo chiama Alex, si conclude alla stazione di Odessa e poi al cimitero sulla tomba di nonno Safran, ma prima il giovane Foer regala la propria catenina con la stella di David al nuovo amico.
Alex scrive poi un romanzo su quanto è successo, spiegando che lui e Jonathan hanno condiviso qualcosa per cui valeva la pena vivere, gli manda poi il tutto "nel caso" come disse Augustine, perché, come disse lui stesso all'amico e all'anziana sorella di Augustine "Siamo noi che siamo venuti qui per l'anello di Augustine".
Ed "Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato".
Chi rinnega se stesso, si perde, ma alla fine siamo sempre noi, con i nostri ricordi, le nostre origini e i nostri pensieri, il nonno di Alex odiava gli ebrei perché voleva fuggire da se stesso e dalle persecuzioni, alla fine se ne vergogna perché sa che il suo posto è lì.
Alex che credeva di odiarli riesce ad andare oltre l'apparenza del ricco ebreo del giovane Jonathan, imparando da lui, mostrandogli a sua volta la bellezza della sua terra, facendolo aprire ed andare oltre le sue paure.
Un viaggio materiale e spirituale non solo sulla Shoah, ma soprattutto su noi stessi, per poter esserlo davvero, senza falsità ed ipocrisie, senza dimenticare il passato e certi orrori in modo da illuminare il presente ed a dimostrazione che non servono tante belle parole per diventare amici.
Jonathan, infatti, pur scioccato dal linguaggio sboccato di Alex, comprende appieno che quando usa la parola "negro" lo fa con sincera ammirazione per gli afroamericani e la loro musica, non con l'accezione razzista usata troppo spesso.
Perché le parole saranno importanti, ma lo è anche il modo con cui le si usano ed allora meglio un amico politicamente scorretto che cento falsi amici politicamente corretti.
Interpretazioni magistrali dei tre interpreti con una regia molto intima di Schreiber che ci regala tanti meravigliosi paesaggi e inquadrature suggestive di sguardi per mostrarci la vera essenza dell'anima dei protagonisti.
Voto Dieci
Qui sotto il trailer italiano


2 commenti:

Kelvin ha detto...

Un film 'diverso' sulla Shoah, discontinuo ma affascinante: bizzarro nella prima parte, commovente nel finale. Mi è piaciuto molto. Un caro saluto.
Sauro

AlexPortman80 ha detto...

Ciao Silvia. Un bel film anche per me, che affronta in maniera originale un argomento portato sul grande schermo in tante (ma sempre necessarie, per mantenere viva la memoria) diverse declinazioni. Una pellicola da (ri)scoprire.

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