mercoledì 2 novembre 2011

"Il guardiano della mia infanzia" - 2o Classificato al Concorso Letterario di Fabio Pinna

Buon mercoledì a tutti!
Vi annuncio con gioia che il mio breve racconto "Il guardiano della mia infanzia" è arrivato secondo al Concorso Letterario "Leggere a Colori" dello scrittore Fabio Pinna.
Vi lascio qui sotto tale lavoro, sperando che possa piacere a qualcun'altro, buona lettura!!

Il guardiano della mia infanzia


Sopra il quadro "Il villaggio sotto la neve" di Hamel




Quando ero piccola vivevo in un minuscolo villaggio alle pendici del Monte Resegone non lontano dal lago di Como, le case erano poche e fatte per lo più di legno e pietra, molto simili alle baite di alta montagna.

Io amavo vivere lì, non avrei vissuto in nessun altro luogo al mondo, poi le circostanze della vita mi hanno allontanato, tuttavia non ho mai dimenticato quei luoghi e in particolare non ho mai dimenticato lo strano inverno che vissi tra dodici e i tredici anni.

All’epoca mio nonno materno Umberto era morto e il dolore della sua perdita mi accompagnava ogni giorno così come a mia madre, che, malgrado avesse conservato la sua vitalità dopo la morte dell’amato genitore, da allora ebbe sempre uno sguardo malinconico, anche quando sorrideva, non riusciva mai a farlo del tutto, c’era sempre quell’ombra nei suoi occhi.


Un’ombra che avevo anche io e che ho tutt’ora, la sofferenza per la perdita di coloro che amiamo non ci abbandona mai, io, come lei, non sono mai riuscita a “rielaborare il lutto”, a farsene una ragione e questo malgrado la mia fede in un mondo dopo la morte.

Dopo la morte del nonno, spesso, senza una ragione specifica mia madre mi chiamava e mi teneva in braccio anche se ero ormai un’adolescente, la cosa non mi dispiaceva, restavamo così abbracciate per ore, senza dire niente, dei pomeriggi interi in attesa di qualcosa o di qualcuno, dopo un po’ mia madre si alzava e sussurrandomi un “Grazie Iris” andava a sbrigare le sue faccende mentre io cercavo di fare i compiti.

Ho sempre amato studiare, anche se il mio rapporto con la scuola e gli insegnanti è stato sempre conflittuale, ho sempre avuto una visione troppo anarchica anche della scuola per riuscire a diventare la prima della classe, ero troppo indipendente, a volte, se non ne avevo voglia, non studiavo e mi mettevo ad ascoltare la musica, però i miei non mi dicevano niente, erano convinti che prima o poi ce l’avrei fatta, anche se non me lo dicevano mai a parole, con il tempo ho capito che me lo dicevano a gesti.

Quell’inverno, del 1990, fu particolarmente difficile, nevicava di continuo, come se non peggio del terribile inverno del 1985, a volte , dopo essere “riuscita” a fare i miei compiti passavo i pomeriggi affacciata alla finestra ad osservare quei fiocchi che cadevano ripetutamente dal cielo plumbeo, da dove sembrava non dover spuntare mai il sole.

Adoro la neve, non tanto per il motto contadino “sotto la neve il pane”, ma anche perché mi fa pensare a qualcosa di fatato, misterioso e nel contempo famigliare, ogni cosa perde i propri contorni per diventare bianca e luminosa, persino nelle notti più oscure.

E fu durante uno di quei pomeriggi che vidi qualcosa di nuovo in mezzo a quella neve, è bene dire subito che non fosse niente di spaventoso, semplicemente, ogni tanto, vedevo passeggiare un elegante uomo con il basco e il cappotto prima nel parco vicino a casa nostra, poi sotto nel nostro giardino,  c’erano dei momenti che sembrava volesse allungare la mano verso il nostro portone, solo che desisteva quasi subito e scompariva nella notte.

Io non avevo paura, quell’uomo aveva gli occhi buoni e famigliari, volevo solo potergli parlare, all’epoca non sapevo spiegarne il motivo, ora forse lo so.

Mi ci volle un bel po’ di coraggio per decidere di uscire per provare a chiedergli cosa cercasse nel nostro quartiere, non che avessi paura, solo un gran freddo, ero sempre stata una freddolosa fin da allora, così, un pomeriggio, senza dire niente a nessuno ed approfittando del fatto che mamma stesse riposando sul divano dopo una lunga giornata di lavoro, sgattaiolai fuori, avvolta nel suo grande cappotto, ne avevo uno anche io, ma preferivo il suo, forse per la grandezza o forse perché semplicemente era il suo.

Corsi fuori sotto i fiocchi che continuava a cadere incessantemente, li amavo da morire e li amo ancora, a volte mi ritrovo ad assaggiare la neve, mi piace, ha un gusto un po’ insipido, però mi piace e quando uscì, quella volta, subito mi misi ad assaggiare diversi fiocchi.

Sarei rimasta lì, ore ed ore, a mangiare neve, mentre qualunque altro bambino al mio posto si sarebbe messo a fare pupazzi, quando finalmente vidi spuntare dalla strada il mio misterioso amico.

Aveva il solito cappotto lungo, scuro ed elegante e il solito basco, i capelli non potevo vederli, però i suoi occhi sì, erano neri, neri come la notte, ma una notte calma, la notte da fiaba che non fa paura.

Il suo volto era un po’ pallido, forse per il freddo ed indossava degli stivali neri sotto i pantaloni anch’essi scuri.

Lì per lì quel suo abbigliamento così tetro mi fece un po’ impressione, non ho mai amato i vestiti neri, adoro i colori vivaci che mettono allegria, perciò fui lì lì per ritornarmene in casa: altri avrebbero avuto paura del suo atteggiamento, io avevo paura dei colore dei suoi abiti.

Decisi di scrollarmi addosso l’angoscia per poi provare a parlargli, solo che quando provai ad avvicinarmi lui smise di camminare, si voltò e corse via.

“Aspetti, non abbia paura” riuscì a dire provando a rincorrerlo senza accorgermi che qualcuno aveva iniziato a seguire me.

Corsi per tutto il villaggio, decisa a non perderlo di vista, volevo capire chi fosse e cosa cercasse, la mia curiosità è sempre stata innata e ha spesso rischiato di mettermi nei pasticci.

La neve cadeva e cadeva, io però non la sentivo, vedevo solo quella figura scura correre come se fosse stato inseguito dal diavolo in persona ed ero così concentrata da non sentire il rimbombo di altri passi dietro di me.

Fu solo quando mi ritrovai a pochi metri da lui che mi accorsi dell’altra presenza visto che qualcuno mi prese per un braccio.

“Cosa fai Iris in giro a quest’ora con questo tempo?” io mi voltai riconoscendo mia madre, che avvolta in uno scialle, mi guardava preoccupata.

“Mamma guarda” replicai allungando il dito verso lo strano signore, che si era fermato vicino ad una panchina verde chiaro e il cui volto, illuminato dal biancore della neve, sembrava sia spettrale che angelicato forse per i lineamenti delicati eppure mascolini, non troppo accentuati.

“Chi è?” provò a chiedere ancora mia madre.

“Non lo so, ma viene sempre da noi, solo che non ha il coraggio di bussare. Non so cosa voglia”

Mia madre mi fissò a lungo, non riuscivo a comprendere se avesse più paura di quell’estraneo oppure fosse più preoccupata per me e il mio strano comportamento.

“Forse…” iniziò, però subito si interruppe. Anche lei non sapeva cosa dire o cosa pensare, eppure notai nei suoi occhi castani una certa curiosità, non dissimile dalla mia.

“Chi è lei?” domandò infine rivolgendosi al misterioso individuo che non solo non si era allontanato, ma si era anche seduto sulla panchina, fissandoci con uno sguardo imperscrutabile.

“Non ancora, non adesso” replicò l’uomo con un sorriso enigmatico.

“Che vuol dire?” insistette mia madre avvicinandosi a lui, il quale si rialzò di scatto dalla panchina, allontanandosi ancora da noi.

“E’ meglio che andate a cara mie care Daniela e Iris” e senza dire altro si allontanò nel viottolo buio laterale del parco, strapieno di alberi dalle lunghe foglie.

Io provai a seguirlo, ma stavolta mia madre mi fermò.

“Andiamo a casa Iris, ha ragione lui” mi disse con un sorriso lieve, un sorriso che non avevo più visto dalla morte del nonno.

“Come conosce i nostri nomi?” chiesi un po’ spaventata.

Lei mi baciò sulle guance, senza dirmi altro e mi ricondusse a casa.

Da allora, quando è inverno cerco di rientrare al mio villaggio per poter rivedere quello strano signore che, ancora oggi, fa la guardia alla nostra casa.

Credo di sapere chi sia, però non so se sono in grado di accettarlo perché vorrebbe dire che la morte è davvero solo un’altra porta da aprire sul nostro destino e non la fine di tutto.


5 commenti:

Anonimo ha detto...

Davvero bello bello bello bello. Complimenti per tutto.

ImpiegataSclerata

Laura ha detto...

Mi sono ritrovata a piangere alla fine.
Stupendo anche il titolo, che commuove già prima di leggere il testo...

Silvietta ha detto...

@Baba= grazie per i complimenti! Mi fa molto piacere che lo trovi bello!
@Laura= come sono contenta che ti abbia commosso sia nel finale che nel titolo.
Un caro saluto a tutte e due e buona domenica!

Andy Grim ha detto...

Commovente, tenero e poetico, come si addice ai tuoi racconti. E' bello in effetti pensare che la morte sia solo un "passaggio" e che un giorno rivedremo forse i nostri cari che se ne sono andati prima di noi...

Ale ha detto...

"I suoi occhi sì, erano neri, neri come la notte, ma una notte calma, la notte da fiaba che non fa paura".
Questa frase racchiude tutta la poesia di un racconto dolce e commovente. Complimenti!

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