mercoledì 18 dicembre 2013

Il prigioniero del cielo di Carlos Ruiz Zafón


Ho finito questo libro una settimana fa e la prima reazione che ho avuto, non appena ho terminato la lettura, è stata una solenne irritazione. La seconda è fare la lista su cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto.
E la verità è che non so dare un reale voto a questo romanzo.
Lo stile di Zafòn è quasi lo stesso dei suoi primi libri: scorrevole, appassionante e vibrante, ma al tutto si è aggiunto un moralismo di fondo che ha messo sullo sfondo, troppo sullo sfondo, il suo lato sognatore, lasciando troppo spazio al manierismo e al "guardate come sono bravo a scrivere". No, perché, parliamoci chiaro ci sono almeno cinque- sei capitoli che belli quanto volete, ma non servono ad una beata fava alla trama principale del libro che lo ricordiamo è il seguito dell'Ombra del Vento e del Gioco dell'Angelo.
Trama principale che di fatto è il racconto di una parte del passato oscuro di Fermin e...
ATTENZIONE SPOILER IN GIALLO
del suo incontro con il misterioso prigioniero del cielo che altri non è che David Martin, ovvero il protagonista del gioco dell'angelo. Ed ecco come il nostro autore ha legato tre romanzi, con una storiella carina e appassionante, ma di fatto non essenziale e non all'altezza dell'Ombra del Vento. Perché non lo è.
Io non sono contro i sequel o i prequel, anzi, ben vengano se servono a spiegarci meglio la storia che abbiamo amato e a creare una splendida saga, qui, ahimè, la saga è molto stiracchiata.
E la cosa grave è che questa non è manco la cosa più brutta del libro, nel senso: almeno la storia ha una sua ragione d'essere e il ritorno di David sulla scena è sempre un piacere (a proposito furbastro Zafòn che non potendo prendere l'amato Julian Carax come protagonista, dato che ci aveva raccontato tutto, tira fuori David, sapendo bene che dopo Julian è il personaggio più amato), il suo approfondimento è fatto bene e di fatto l'eroe del Gioco dell'Angelo è l'unico che ne esce a testa alta, dato che pur essendo condannato ingiustamente, il suo unico pensiero era per l'amica Isabella e la sua di lei famiglia, ovvero il piccolo Daniel Sempere.
E veniamo appunto alla cosa più brutta del libro fonte della mia irritazione: i personaggi dell'Ombra del vento sono, se mi passate il gioco di parole, l'ombra di ciò che erano.
Daniel ha perso molto del suo lato sognatore, è diventato più duro e quasi cinico (e in due anni mi pare inverosimile, ricordiamoci che, facendo i conti dovrebbe avere poco più di venti anni!), oltre che mezzo idiota, con tutta una lunga serie di difetti tipicamente maschili tipo l'assurda gelosia morbosa ed essere un totale incapace con i bambini. Nonostante ciò Daniel risulta ancora simpatico quando emerge il suo vecchio io avventuroso e sognatore.
Chi proprio è indigeribile è Fermin che è diventato un moralista della domenica che spara sentenze su tutto e su tutti e si permette di giudicare le scelte di Daniel, tirando fuori una menata assurda da uomo con il complesso del pene ovvero "Ma tu hai una donna che non meriti per questo sei geloso". No comment.
E già basterebbe questo per prenderlo a calci. L'autore, non contento di ciò, mi tira fuori che Fermin ha avuto in passato una storia con una prostituta, La Rosito, che però non può essere il suo grande amore, no, il grande amore è la dolce e pure Bernarda. Ah complimenti con questa trovata l'autore distrugge Fermin e distrugge Bernarda che da donna normale, complessata e fragile, diventa sua immacolata concezione.
Zafòn non ti dico dove devi andare perché sono una signora.
Ma il non plus ultra arriva con Beatrix, personaggio tenero, complessato e forte nell'ombra del vento, trasformata qui in una femme fatale, bugiarda senza motivo alcuno e che ha pure il coraggio di rompere se il marito Daniel le mente.
E meno male che Zafòn non ha tirato fuori Julian, chissà che avrebbe combinato.
Malgrado queste mie parole non voglio stroncare il libro, non del tutto almeno, perché è stato un piacere tornare nella libreria Sempere, è stato un piacere scoprire un'altra parte del passato di Fermin e ancora una volta debbo lodare Zafòn per l'accuratezza storica riguardo al franchismo. E' stato poi un piacere rivedere il cimitero dei libri dimenticati.
Le atmosfere di Barcellona sono sempre affascinanti e misteriose, ti prendono e ti avvolgono e di tutto il libro ho amato molto la versione dello scrittore senza tetto che scrive davvero per campare, senza mai accettare nulla come elemosina.
E mi ha fatto una tenerezza immensa la figura del papà di Daniel, diviso tra l'amore per la moglie e il figlio, costretto ad ingoiare un rospo tremendo riguardo alla morte dell'amata pur di proteggere il secondo, scelta dolorosa ma comprensibile in un mondo terribilmente ingiusto perché non si deve mai giudicare. Mai.
Il mio voto, alla fine, è 6,5 e credo di essere stata pure larga.
Non so cosa aspettarmi dal seguito perché so che ci sarà.

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