domenica 10 novembre 2013

Babelfish di Gino Pitaro


Recensione su “Babelfish – Gino Pitaro”


-Il toro di pamplona: la follia di partecipare a San Firmino, la paura della morte, l’incapacità di reagire, la voglia di vivere violenta dopo essere stati feriti. La corsa in chiesa. Bello, divertente ed emozionante, soprattutto nella scena in cui toro e umano si confrontano, mostrandoci ognuno le proprie emozioni e i propri pensieri, tuttavia avrebbe funzionato meglio come prologo di un romanzo.
Voto 6,5.

-Michelangelo, Ginevra ed io: evoca le atmosfere malinconiche di “In mezzo scorre il fiume”,  dove uno dei protagonisti Paul viene definito “bellissimo” come se fosse qualcosa di irraggiungibile per il suo volare troppo in alto e troppo al limite.
Racconta dell’incapacità di scendere a compromessi di talune persone e di amicizie spezzata dalla lontananza, dal tempo e dalla frenesia.

Fa pensare un po’ tanto a Simoncelli, alla sua vita spezzata ed alle parole della fidanzata su di lui “Era troppo perfetto per stare con noi” e al dialogo in “Blade Runner”  tra Tyrell e Batty dove si dice: “La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo”
Evocativa la descrizione di Ginevra, della precisione degli svizzeri e soprattutto del negozio di Mr Bertrand con i suoi presepi che a me danno un grande senso di nostalgia dato che ne avevo uno in casa anni fa.  
Voto 7.

-Holly : sicuramente il più bello dei tre, finora, avvince fin dall’inizio con le sue atmosfere crepuscolari e intimistiche, si accompagna Chris nel suo viaggio tra le tombe del Monumentale di Roma, assaporando la sua libertà di vederla dall’alto, come qualcuno con le ali,  il tutto finalmente da una prospettiva diversa, non quella del lavoratore/pendolare stretto nel meccanismo della metropoli, ma del turista che finalmente ne coglie la bellezza maestosa, in primis dalle luci serali che si accendono, dando alla città un’atmosfera magica.
Ed è proprio in questa atmosfera magica e surreale che Chris si trova lentamente avvolto in due incontri particolari,  la piccola Holly, una bambina che gioca da sola a campana oppure con la sua palle e fa tante domande sul cimitero. Una bambina che pare quella dei film americani, perfetta, troppo perfetta, solo che per fortuna perde tale perfezione divenendo umana proprio in virtù del segreto che cela così bene. Il lettore attento capirà subito, eppure si lascia dolcemente ingannare anche grazie all’abilità dello scrittore di farci innamorare della piccola e dei mille viaggi insieme a Chris in quel luogo così particolare come il cimitero. Affascinante che lui cerchi spesso le tombe dimenticate da tutti, come si sentisse parte di loro, dei dimenticati e dei diversi e vorrebbe apporre con loro un muto dialogo. A far loro compagnia arriva poi Betty Blue misteriosa ragazza che odia le siringhe così come Holly odia il laghetto dalle foglie rosa. E poi arriverà il custode a svelare il segreto a Chris che si sente come nel film The Others, di cui sì il racconto ricalca le atmosfere, senza però mai diventare macabro come il film, solo molto malinconico e con un senso di impotenza, di insoluto e irrisolvibile.
Voto 8.

-Miss France: confesso che questo racconto mi è piaciuto, ma non quanto il precedente, forse ero ancora troppo presa dalle atmosfere di Roma, tuttavia sono riuscita ad entrare in quelle di una Londra diversa, divisa, come accade veramente, tra passato e presente, tra nostalgia e voglia di modernità, tra la lentezza e le fretta. Il protagonista di questo racconto è appunto un negozio chiamato Miss France dove vi sono oggetti demodè, i più nuovi dei quali risalgono agli anni settanta, un strano negozio proprio nel mezzo della City, tta banche, vetrine alla moda e tecnologie all’avanguardia. E questo negozio, come la sua proprietaria ci da una grande lezione: meglio essere se stessi che piacere per forza a tutti, si può star bene, senza mettersi mille maschere per gli altri. Delizioso racconto con un piccola perla che lo lega ai racconti precedenti, ma ovviamente non vi dico perché.
Voto 7,5.

-Sakura: le atmosfere dell’oriente di questo racconto coinvolgono il lettore in un incontro particolare, tra oriente ed occidente, in quella terra di frontiera e di nessuno che è Singapore.
E’ un incontro particolare perché svela due culture diverse e due modi di porsi diverse che se da una parte si respingono dall’altra si attraggono per poi tornare, ognuno, nel proprio guscio, come per paura di contaminarsi e forse di capire fino in fondo l’altro, diventando appunto qualcosa di diverso. L’autore si crea un’atmosfera rarefatta e sfuggente, un po’ in bilico tra Lost In Translation e Addio mia concubina, lasciandoci sempre nell’incertezza e nel sogno.
Mi ha fatto anche pensare alla biografia di un indiano hopi, Don, dove questi dice ad un uomo bianco: “Quello che voi considerato sporco e volgare per noi è di vitale importanza per la sopravvivenza di tutta la tribù” perché noi occidentali fatichiamo ad aprire totalmente la mente su qualcosa, soprattutto se questo qualcosa per noi è inaccettabile.
Mi permetto una piccola vezzosa critica all’autore: noto che anche lui, come molti autori maschi, fatica a descrivere fisicamente un altro uomo, mentre gli viene molto facile descrivere una donna, tanto da renderla palpabile e vera. Degli uomini percepiamo soprattutto i pensieri e i desideri e questo è già ottimo: molti uomini non sanno descrivere neanche l’anima di altri uomini, preferendo concentrarsi solo sulle donne.
Voto 7,5

Il dazio: ultimo della serie di racconti di Babelfish, racconta di uno scrittore che, tra vizi da celebrità e voglia di normalità, gira il mondo non solo per presenziare a varie presentazioni, ma anche per trovare sempre nuove fonti di ispirazione per i suoi libri. E’ una cosa che sento particolarmente vicina perché so bene quanto viaggiare aiuti e stimoli la fantasia e l’immaginazione, così come ho trovato particolarmente vicina la voglia di cercare un amore solido, nonostante la vita da nomade e la difficoltà nel trovarlo, non solo per quello, ma anche perché ci sono molte persone che si fanno ingannare dalle apparenze, chi dall’aspetto fisico, chi dall’aura dello scrittore, chi dalla parlantina, chi dai modi di fare. Difficilmente la gente riesce a andare oltre la superficie ed è molto buffo perché poi magari si innamorano di personaggi che sono molti sfaccettati e che non sono mai come appaiono di primo acchito. Più che un racconto pare una riflessione sulla psicologia umana, a volte divertente, a volte amaro, ma sempre molto “normale”, nel senso di vero e realistico. Il nostro protagonista troverà una forma di amore, forse non quella che si aspettava, tuttavia lo appaga e lo rattrista allo stesso tempo.
Il racconto ti lascia addosso la sensazione di qualcosa di insoluto, una sorta di amarezza nostalgica per qualcosa che si è perso e non si è potuto avere, come se non si volesse finire il viaggio oppure, semplicemente, perché il viaggio non può avere fine.
Se c’è un sottile legame con gli altri racconti è forse il vago sospetto che in tutti e sei sia la stessa persona a compiere questi viaggi della vita, solo ad età diverse, il primo protagonista, infatti, sembrava un adolescente quest’ultimo un uomo di mezza età.
Voto all’ultimo racconto 7.
Voto complessivo a Babelfish 7+


1 commento:

Krishel Mir ha detto...

Non avresti potuto influenzarmi neanche se avessi voluto. Noi due abbiamo proprio un approccio diverso alle recensioni. Sono abbastanza d'accordo con quanto dici. Vedo che anche tu hai avuto la mia stessa impressione che i racconti non hanno per così dire la stessa età. Non ho messo i voti. Non lo faccio mai nelle mie recensioni. Forse questo è un mio difetto.

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