venerdì 12 aprile 2013

La città di Arezzo - seconda parte - la Chimera

Buonasera a tutti Voi mie care lettrici e cari lettori, ora che sembra il pc "nuovo" di 15 anni sia di nuovo funzionante, voglio approfittarne per parlare ancora un pò della mia amata città, che diede i natali a tanti illustrissimi uomini (tra cui, ripeto, il sottoscritto!), ma prima ancora, voglio ringraziare Silvia, che se non fosse stato per Lei, ancora non avrei potuto pubblicare nemmeno la prima, misera parte, delle vicende dell'antica Arretium; oggi voglio parlare della Chimera di Arezzo, cimelio bronzeo tra i più antichi, e simpaticamente trafugato da quei bucaioli dei Fiorentini...... a Arezzo farebbe la sua porca figura, mentre a Firenze, se ne sta mestamente in un pianerottolo tra un piano e un altro.....ah, dannato popolo..... io tante volte (scherzosamente, sia chiaro!!!!), ho proposto un blitz a Firenze, per fregargli il David, e chiedere la Chimera come riscatto! Ma, ripeto, la mia è solo una goliardata dialettica, non fosse mai che un domani la cosa si verifica, e vengono a cercarmi! Stavolta, trattando comunque un argomento storico e mitologico di un certo livello, cercherò di abbandonare il mio solito stile scanzonato, e userò (o almeno, ci proverò) uno stile e una terminologia più ricercati, per quanto nelle mie corde.

Tutto quanto sto per enarrare, è stato da me appreso in parte tramite racconti orali, i famosi racconti orali che tramandano vicende da secoli e secoli, in parte leggendo pubblicazioni e libri, e in questa sede voglio citare i testi di Pier Francesco Greci, noto storico locale, trapassato a miglior vita alcuni anni orsono.
Pierfrancesco Greci, per chi non è di Arezzo, è stato un brillante storiografo, onniscente per quanto riguarda le vicende, vecchie di almeno trenta secoli della città, estremamente preparato in materia, e assolutamente affabile e sobrio, e amabilissimo nella conversazione, e sono stato lietissimo di aver avuto, negli anni, l'occasione di spendere del tempo a conversare con lui, nelle sontuose stanze del Caffè de' Costanti, di fronte a un bel bicchiere di Chianti della nostra terra.

Orsù, è alfin giunta ora di riavvolgere il nastro della storia, e di tornare indietro, e indietro, e indietro........(almeno al V° o IV° secolo a.C)

 
La Chimera, celebre bronzo etrusco (tratto da Wikipedia)


 Nella lingua moderna la parola Chimera è divenuta sinonimo di cosa immaginaria e impossibile: si dice "essere una Chimera" un'idea senza base di vero e neppure verosimile, un'inverosimile fantasticheria, un'immaginazione strana e senza fondamento di vero o presumibilità di riuscita (qualcuno ha detto un politico onesto?).
Nelle belle arti, è il nome che si da a una specie di cameo che riunisce parecchie figure in un corpo solo, mentre in mitologia, con il nome di Chimera si designa uno speciale, terribile mostro.

I più antichi poeti hanno descritto nelle loro opere i favolosi mostri della Mitologia: Scilla, orrendo mostro con dodici piedi e sei colli, con altrettante teste, ciascuna con tre ordini di denti, dai quali fluiva il mortifero veleno; Cariddi, di orrido aspetto e con mani e piedi di uccello rapace; il Grifo, con testa, ali e artigli di aquila e il resto del corpo, piedi posteriori, e coda di leone; le Arpie, fornite di volto di donna pallida, secca e brutta, e il corpo di uccello; la Sfinge, con faccia e petto di giovane donna e il corpo da leone; l'Idra, spaventoso serpente con cento teste; Cerbero, che "con tre gole caninamente latra" (come disse un "certo" Alighieri....).
Tra i "favolosi" mostri, uno dei principali era appunto la Chimera, speciale, perchè tra l'altro, gettava fiamme dalle sue tre bocche (evidentemente non conoscevano il "MAALOX....).

La Chimera è stata descritta o raffigurata in vari modi, ma si può dire che si distinguono due principali categorie delle rappresentazioni di essa: nella prima, il mostro ha tre teste, una di leone, una di capra, una di serpente, nella secona un'unica testa; in entrambe queste categorie si possono poi rilevare numerosissime e più o meno importanti variazioni di dettaglio.
Omero, nella "Iliade", ha descritto la Chimera con due teste, una di leone e una di serpente all'estremità della coda, e una di capra selvaggia nel mezzo della schiena:
                                 
                                Era il mostro d'origine divina
                                lion la testa, il petto capra, e drago
                                la coda; e dalla bocca orrende vampe
                               vomitava di fuoco. 

Ad ogni modo, è tuttora sconosciuto se la Chimera sia di origine cariense o licia; secondo Omero la Chimera era di razza divina, non mortale, ed era stata allevata da Amisidoro, re di Caria. 
Esiodo la fa nascere da l'Idra di Lerna, e le attribuisce per "nonni", Tifone e Echidna, per sorella la Sfinge, e per fratello il Leone di Nemea; è la grande e divina famiglia dei mostri in cui figurano ancora Ortro e Cerbero, la Gorgona e Scilla.

Per quanto riguarda la Chimera di Arezzo, s'intende la riproduzione in bronzo a tre teste, risalente al quinto/quarto secolo a.C.; il mostro è in procinto di avventarsi, ruggendo, contro il suo feritore, il quale lo ha solo leggermente colpito alla coscia leonina, ma lo ha trafitto mortalmente al collo caprino (secondo la mitologia, il feritore era Bellerofonte, a cavallo di Pegaso).
L'altezza della statua è di circa 80 cm; in Arezzo, si trovano tre riproduzioni: due sono vicino alla stazione, poste nelle fontane dei giardini pubblici per volere del Podestà, la terza all'interno di Porta S.Lorentino (o Porta del Foro).
Come riporta il Della Seta ne "I monumenti dell'arte classica", "al portamento ringhioso della lupa capitolina, si contrappone lo slancio ruggente della Chimera d'Arezzo. Essa è il mostro di tre nature, perchè dal dorso leonino spunta la protome di capra e la coda finisce in testa serpentina. Anche se realmente non era aggruppata con il suo offensore, con Bellerofonte che la minacciava dal Pegaso alato, la sua ferocia aggressiva lo fa presupporre. E al pari della lupa porta nella sua forma il segno dell'arte etrusca. Il corpo felino è diventato ancora più ossuto e maggiore è il risalto dei muscoli delle cosce, ma la squadratura massiccia della lupa si è mutata in linea flessuosa". 
Anche a un profano dell'arte come sono io, sembra certo a prima vista, che la Chimera debba aver fatto parte di un gruppo insieme con Bellerofonte; altrimenti non si spiega come sia stata ritratta con la ferita al fianco che fa sangue, e con la testa di capra che ha i caratteristici segni dell'approssimarsi della morte. Secondo Gamurrini, a proposito del rinvenimento della Chimera a S.Lorentino "ivi era certamente un tempio: ma dell'insigne monumento etrusco del sec. IV non fu rinvenuta che una parte, giacchè doveva essere un gruppo, come si ha nelle pitture vascolari o nelle gemme, il quale comprendeva Bellerofonte sopra il cavallo alato, che dall'alto colla lancia colpisce la Chimera; il quale mostro leonino ha la coda di serpente, che morde il collo della capra, che le sorge dal mezzo della schiena; e la Chimera ferita solleva il capo fieramente digrignando, come ruggente. La grande opera fu cavata integra, intatta come la Pallade; da che si rileva che i templi furono abbattuti e incendiati e le rovine coprirono quanto v'era di immagini e vasi sacri".
Del ritrovamento in Arezzo, diversi scrittori ne hanno parlato.
B.Cellini nella sua "Vita" annotava: "essendosi in questi giorni trovate certe anticaglie nel contado di Arezzo, in fra le quali si era la Chimera, ch'è quel lion di bronzo, il quale si vede nelle camere convicino alla gran sala del palazzo, il duca pigliava piacere di rinettarsele da per sè medesimo con certi cesellini da orefici. Gli avvenne che e' mi occorse di parlare a Sua Eccellenza Illustrissima: ed in mentre che io ragionavo seco, ei mi porse un piccol martellino, con el quale io percotevo quei cesellini che 'l Duca teneva in mano, e in quel modo le ditte figurine si scoprivano dalla terra et dalla ruggine. Così passando innanzi parecchie sere il Duca mi mise in opera, dove io cominciai a rifare quei membri che mancavano alle dette figurine. E pigliandosi tanto piacere Sua Eccellenza di quel poco di coselline, Egli mi paceva lavorare ancora di giorno, e se io tardavo all'andarvi, Sua Ecellenza Illustrissima mandava per me". Il Cellini non precisa la data della scoperta fatta in Arezzo, che Giorgio Vasari fa risalire al 1554, ma la Chimera potrebbe essere stata scoperta almeno quattro secoli prima, ma prontamente risotterrata, a causa delle superstizioni, del timore che avrebbe provocato ai suoi scopritori.
Come dicevamo poche righe sopra, si ritiene che Chimera facesse parte di un gruppo riconducibile al culto di Minverva, la Dea che secondo la mitologia, prestò il cavallo Pegaso al giovane eroe Bellerofonte, che gli rese facile la vittoria sul mostro. Bellerofonte e Pegaso non furono trovati, invece gli scavi portarono alla luce numerosi altri bronzi di fanciulli, uccelli e animali (i "Tyrrenia sigilli", costituenti la stipe votiva).
La scoperta del mitico mostro, destò un tale terrore, che gli Aretini lasciarono che fosse portata via senza alcun rammarico, o almeno questo è quello che dice Corrado Ricci nella sua antologia del 1928, ma senza nessun riscontro; al contrario, nel Libro delle Deliberazioni è detto chiaramente che tutti coloro che la videro, rimasero meravigliati dall'antichità e dall'eleganza dell'opera (nempe hoc qui viderunt omnes admirati sunt et operis antiquitatem et elegantiam). A onor del vero, al tempo neppure sospettavano che quel bronzo potesse raffigurare la Chimera di Bellerofonte, tant'è vero che il Cancelliere del Comune, in un suo accurato resoconto, parla di un leone (la coda a foggia di serpente venne ritrovata svariati anni dopo), per cui l'identificazione avvenne presumibilmente solo dopo il trasporto a Firenze.
Quanto poi all'essersi fatti portar via volentieri il bronzo, possiamo solo domandarci cosa avrebbero potuto fare i miei concittadini del tempo, contro la volontà di Cosimo De' Medici, intollerante "d'inciampi" alle sue deliberazioni: ne dette prova non molti anni dopo, quando fece abbattere il Duomo Vecchio, malgrado le proteste vibranti della popolazione.
La Chimera vanta un gran numero di raffigurazioni in numerose opere d'arte, tra cui antiche monete greche, o nel celebre vaso delle Amazzoni, custodito nel nostro museo civico. Richard Engelmann http://de.wikipedia.org/wiki/Richard_Engelmann_%28Bildhauer%29), ha elencato una numerosissima serie di monumenti con la Chimera, che ha diviso in tre diverse categorie: quelli in cui Bellerofonte uccide la Chimera senza che alcuno vi sia presente; quelli dove altri personaggi assistono allo spettacolo, e infine quelli dove l'eroe viene aiutato da  altri. R.Paribeni in "Ausonia" del 1910 in un suo articolo intitolato "Necropoli arcaica rinvenuta nella città di Genova" parla del crateri di tomba nr. 73, in cui è riprodotto Bellerofonte che uccide la Chimera, e aggiunge un elenco di opere d'arte non ricordate dall'Engelmann, nelle quali si scorge Bellerofonte che uccide la Chimera.
Una curiosità, scovata per puro caso nei recessi di Internet: nel 1642, un certo G.B. Surian pare che pubblicò a Venezia la seguente opera: "Il Bellerofonte: dramma musicale del sig. Vincenzo Nolfi, da rappresentarsi nel Teatro Novissimo di Venetia nell'anno 1642.
Immagino che nella rappresentazione, per non complicare le cose difficili, avranno posto in scena una Chimera del tipo di quelle con un'unica testa: una Chimera vomitante fuoco da tre bocche sarebbe stata troppo pericolosa in un palcoscenico del XVII° secolo!

Un augurio di buona notte a tutti, e grazie per non esserVi suicidati dopo aver letto questo mio umile resoconto storicio!

1 commento:

Francesco Donald Pellegrini ha detto...

Dimenticavo, le fonti:
wikipediaa, e i recessi più reconditi di google, i libri di Pier Francesco Greci e Ugo Viviani, Ubaldo Pasqui, Antonello Guadagnoli, e gli altri testi citati direttamente nell'articolo

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